Contro il DDL Bongiorno
Sono passati 30 anni da quando, con la Legge 66 del 1996, la violenza sessuale è stata finalmente riconosciuta come reato contro la persona e non contro la morale. Trent’anni da una conquista storica ottenuta grazie a vent’anni di lotte femministe, dibattiti, mobilitazioni e 300.000 firme raccolte in tutta Italia.
Una svolta che ha affermato un principio semplice e rivoluzionario: il corpo delle donne non è proprietà di nessuno. L’autodeterminazione non è negoziabile.
Oggi, però, anziché avanzare, ci troviamo a difendere ciò che pensavamo acquisito. A ribadire l’ovvio: senza un consenso libero, informato, esplicito e reversibile, il sesso è violenza.
Il 25 novembre 2025, la Camera ha votato una proposta di modifica dell’art. 609-bis del Codice Penale introducendo il riferimento al “consenso libero e attuale”: un passo importante verso il riconoscimento dell’autodeterminazione, verso una cultura del “sì” espresso, chiaro, consapevole.
Eppure, il DDL Bongiorno ritiene il consenso una nozione troppo ambigua, temendo che possa “intasare i tribunali” per presunte denunce strumentali.
Questa narrazione reitera uno stereotipo antico e pericoloso: quello delle donne vendicative e pronte a usare la denuncia come arma. Una rappresentazione lontana anni luce dalla realtà, e questo i centri antiviolenza lo sanno bene.
La proposta parla di atti compiuti “contro la volontà della persona, da valutare tenendo conto della situazione e del contesto”.
Ma c’è una differenza sostanziale: il consenso si può esprimere. Si può rinnovare. Si può ritirare.
La “non volontà”, invece, non sempre riesce a manifestarsi.
Chi conosce anche solo minimamente le dinamiche della violenza sa che questo è vero. La paura di uno stupro, di un’aggressione, di morire, spesso, immobilizza il corpo. È una risposta neurobiologica automatica. Non gridare, non opporsi fisicamente, non riuscire a dire “no” non significa voler partecipare.
L’assenza di un “no” non è un “sì”. Il silenzio non è consenso.
E questo non può essere negoziabile, né discusso.
Spostare il focus sulla prova della “contrarietà” significa riportare la responsabilità su chi subisce, anziché su chi agisce. Significa esporre le donne a ulteriori vittimizzazioni nelle aule di tribunale, costringerle a dimostrare di aver resistito “abbastanza”, di essersi opposte “nel modo giusto”.
L’esperienza quotidiana nei centri antiviolenza ci insegna che la violenza sessuale è tra le forme più difficili da raccontare e le meno denunciate, soprattutto quando avviene all’interno di relazioni intime o stabili. Non perché sia “ambigua”, ma perché è carica di vergogna, paura, senso di colpa e isolamento.
Indebolire il principio del consenso significa mandare un messaggio devastante: che il corpo delle donne è ancora terreno di interpretazione altrui. Non uno, ma infiniti passi indietro.
Noi ribadiamo con forza: Difendere il consenso significa difendere la libertà, la dignità e la sicurezza di tutte.
Non torneremo indietro.

