«Se la donna lavora si trova in un mondo economico strutturato a misura d’uomo. Deve pensare come loro, lavorare più di loro, dimostrare che ha un cervello. Riuscirà a migliorare solo se deciderà di privilegiare la carriera, e comunque vada, in molte realtà, a parità di mansioni, è ancora sottopagata. E allora? Quale soluzione? Entriamo in politica. Diventiamo rappresentative dove conta. Le donne che fanno politica oggi sono pochissime e quindi, anche se bravissime, non possono fare miracoli. Questo invito va oltre le classiche e stereotipate ideologie politiche. Uniamoci, aggreghiamoci in partiti, associazioni, non fa differenza. È importante farci sentire, essere presenti, poter decidere”. È il 1997 quando Anna Maria Zucca, ideatrice a Torino all’associazione Donne e Futuro, embrione dei futuri Centri Antiviolenza E.M.M.A., intercetta il clima sociale e scrive queste parole in una lettera inviata alle pagine di un quotidiano cittadino.

Una pioniera, se si pensa che quando scrive sono passati solo sei anni dall’abolizione della legge sul delitto d’onore — comprensiva verso l’uccisione di una moglie o di una sorella —, 22 dalla riforma della «patria potestà» a favore della più equa «potestà genitoriale», poco più di 40 dalla cancellazione dello ius corrigendi a disposizione del «pater familias».
I cambiamenti della norma raccontano i progressi delle battaglie femministe di quei decenni e insieme la fatica di superare gli stereotipi connaturati a una cultura profonda che nelle donne vede ancelle.

Per leggere l’articolo completo